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Ognuno di noi ha un nodo prediletto per collegare l'amo al finale, preferito a tutti gli altri perché legato al ricordo di una cattura da sogno o, semplicemente, perché il suo confezionamento ci riesce particolarmente congeniale. Scegliere in questo modo, però, significa inserire la casualità e le nostre capacità personali fra i parametri di valutazione e ciò non è accettabile se si sta perseguendo un confronto oggettivo. Quando si testa un nodo, la difficoltà maggiore consiste nel realizzare piccole serie di collegamenti perfettamente identici fra loro, sia nel confezionamento che, soprattutto, nel tensionamento, o, con termine marinaresco, nell'assuccatura. Il problema si complica all'aumentare della complessità del nodo, proporzionale al numero e alla difficoltà dei passaggi da eseguire. Per tali ragioni, prima di entrare nel dettaglio delle prove eseguite, ho ritenuto opportuno focalizzare con precisione i nodi che andremo ad esaminare, in modo da sgombrare subito il campo da qualsiasi tipo di equivoco.

Fra i numerosi nodi pensati per gli ami a paletta, ne ho presi in considerazione sostanzialmente quattro, scelti in base alla loro diffusione ed alla mia personale conoscenza.
Le immagini raffiguranti i vari passaggi di ciascun nodo sono state realizzate con una fune ed una barra d'acciaio. Le manovre descritte si riferiscono alle persone destre, quindi l'estremo sinistro della barra rappresenta il gambo dell'amo dalla parte della curva, quello destro la parte opposta, vicina alla paletta. Ai mancini basterà eseguire le medesime operazioni in modo speculare. Sempre attingendo al linguaggio marinaresco, chiameremo dormiente il capo fisso o la parte di filo in tensione perché fissata all'estremità; chiameremo corrente il capo mobile o, in contrapposizione al dormiente, la parte non in tensione sulla quale si lavora. Per quanto riguarda il numero delle spire, ritengo si vada in un ambito abbastanza personale: io ne conto quasi sempre sette senza fare grosse distinzioni fra i diversi tipi di nodo.